LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

mercoledì 29 novembre 2017

Assenze


Le assenze sono di vari tipi.

C'è quella che va da un punto a un altro,  con uno solo o più intervalli, quella che va da un momento a  , e quella totale con completa inconsapevolezza delle presenza.
Le prime presuppongono una presenza pregressa.
Invece l'inconsapevolezza della presenza è qualcosa di molto più naif, leggero: non si sa che una cosa esiste, o la cosa non esiste proprio, quindi è sì assente, ma non in quanto prima presente.
E' un'assenza che va da -  a + 

Sulle assenze totali è difficile fare considerazioni, e forse anche non interessante, perché non condizionano particolarmente la vita.
E' la famosa mosca nella bottiglia: non sa cosa sia la libertà; per lei il mondo è quello che vede attraverso la bottiglia e basta, non ha dolore per non poter uscire, perché il suo mondo è quello.

Se la mosca mai uscisse dalla bottiglia e scoprisse il mondo, per quanto bello o brutto o medio le possa apparire, nel momento in cui vi rientrasse vivrebbe una sensazione di assenza di ciò che aveva vissuto fuori, una perdita, pur essendo nella stessa situazione di prima, quando viveva tranquilla e senza sagrin.

Certo, se non si facesse rientrare la mosca nella bottiglia, sarebbe difficile fare un'osservazione compiuta. Si capisce molto di più facendola entrare ed uscire più volte, ignorando il fatto che forse, per quando bene possa volere a La Capria come autore, l'idea della mosca non è il massimo perché è l'animale con la memoria da 10 secondi. Diciamo che lui usava una metafora in cui l'insetto è kafkiano.

Il fatto è che, quando si inizia a conoscere qualcosa o qualcuno, anche se questo viene meno, la sua assenza relativa non ha lo stesso valore dell'assenza assoluta che poteva avere nella fase precedente alla prima conoscenza.

L'assenza, in questo caso, ha un valore aggiunto, dà un contributo al rapporto tra te e il qualcosa/qualcuno, quasi quanto ne dà la presenza.

Insomma, le assenze sono importanti, quasi quanto le presenze.
E contano.
Soprattutto quando sono tra due presenze.

domenica 26 novembre 2017

SUVvia, si passa


Mattina presto.
Freddo.
Brina sui tetti.
Nebbia grigia.
Asfalto grigio.
Muri delle case grigi.

Nella strada, un camion è parcheggiato a destra, un po' di sghimbescio, con le quattro frecce che lampeggiano. il varco che lascia al passaggio sarà di circa 3 metri.

C'è una colonna di macchine ferme prima del camion.
La prima della fila è un SUV nero.
La larghezza dei SUV più larghi sul mercato si aggira intorno ai 2 metri.
L'autista del SUV suona ripetutamente il clacson.
Il proprietario del camion indica che lo spazio per passare c'è.
L'autista del SUV, in tutta risposta, suona.
Probabilmente, il camionista parla italiano, l'autista del SUV in clacsoniano.
Sono due lingue diverse.
Non si capiscono.

E' evidente a tutti i presenti che il SUV potrebbe passare tranquillamente, avanzando altri 50 cm a sinistra e 50 a destra. A tutti meno all'autista del SUV, di cui manterremo pariteticamente ignoto il sesso, onde non peccare di nessun tipo di pregiudizio.

Non ci sarebbero motivi di scontro, né di discussione, né di litigio.

ma l'autista del SUV appartiene alla categoria "autisti del SUV".
(Forse la desessualizzazione non è sufficiente a risparmiare a questo post interpretazioni pregiudizievoli, ma in questo caso non si tratta di pre, ma di post-giudizio).

Il camionista apre la porta del SUV e fa scendere l'autista tirandolo per la maglia.
L'autista rimane sprovvisto del clacson.
Non può raggiungerlo nemmeno con operazioni di stretching estremo.
Il camionista cerca di parlargli in italiano, ma l'autista del SUV, staccato dal suo clacson, è come una persona qualsiasi privata del suo smartphone.

Alla fine il camionista molla la presa.
Sale sul camion.
Lo sposta in un cortile per lasciar passare l'autista del SUV.

Il SUV si mette in moto.
Passa, facendo la fiancata del pandino bianco parcheggiato a destra.
Al destino non si può sfuggire.
Lo sanno anche gli autisti di SUV.

giovedì 16 novembre 2017

Brame

Quando uno desidera fortemente qualcosa, ci mette l'anima.
Il desiderio diventa il motore delle azioni di questo qualcuno, sempre focalizzato sul suo obiettivo.
Dicono che volere sia potere, ma anche che l'erba voglio non cresca nemmeno nel giardino del re.

Fatto sta ed è che quando uno, ad esempio, decide che deve dimagrire e inizia a pensare ossessivamente alla dieta e alle calorie, si ingenereranno due eventi:
  • gli verrà una fame bestia;
  • anche se resisterà alla fame bestia, non capirà perché, ma non dimagrirà per nulla.
Uno si intestardirà, penserà sempre a come vorrebbe essere, a come non riesce a diventare, ai modi per raggiungere l'obiettivo, e si arrabbierà terribilmente ogni volta che non otterrà risultati, con conseguente frustrazione e concomitante attacco di fame chimica. 

Arriverà poi magari il momento in cui si svilupperà un nuovo desiderio, più potente di quello dietetico, ad esempio fare carriera. L'attenzione si distoglierà dal fisico perfetto, perché uno sarà tutto coinvolto dal nuovo desiderio. Concentrato così, si metterà a fare straordinari, a non dormire per lo stress, e sarà ossessionato dal raggiungimento del nuovo obiettivo, forse ancora più difficile da raggiungere di quello precedente, che in realtà non è mai stato messo sulla posizione OFF, ma solo trascurato. 

Un giorno, a furia di rodersi lo stomaco per via dell'apparente irraggiungibilità della carriera, uno noterà che i pantaloni non gli stanno più addosso, che ha finito tutti i buchi della cintura. Si guarderà stupito allo specchio, poi si peserà, e scoprirà che il desiderio trascurato di dimagrire è stato esaudito. Ma il meglio è che non gliene fregherà più niente. Ormai gli fregherà solo della carriera, ma niente da fare. Si farebbe incollare libbre e libbre di tessuto adiposo intorno alla pancia pur di essere promosso, ma ci sarà poco da fare. 
Sarà magro ma alla base dell'organigramma della sua azienda. 
Maledizione. 

Poi arriverà il momento in cui, mentre sarà lì che studierà strategie di carriera, incontrerà una persona di cui si innamorerà a prima vista. Non gliene fregherà più un tubo della carriera: non cagherà più i superiori, andrà dai clienti con il sorriso ebete dell'innamorato, senza manco prepararsi i discorsetti intelligenti, e all'improvviso gli faranno fare una carriera lampo. Ma cosa gliene importerà? A lui importerà solo di coronare il suo sogno d'amore, incoronabile perché sicuramente l'oggetto del desiderio (o meglio il soggetto) sarà anaffettivo/stronzo/impegnato/tutti e tre insieme e chi più ne ha più ne metta.

C'è poco da fare.
Se uno vuole raggiungere i suoi obiettivi e desideri non deve avere né obiettivi né desideri.
Anzi, deve averne, ma altri.
Poi deve convincersi che siano gli altri quelli a cui brama.
Indi, raggiungere quelli a cui aveva finto di non bramare, bramando quelli a cui fingeva di bramare.
Ma se è riuscito in questo intento vuol dire che aveva finto così bene da credersi non fingitore.
Servirà poi un'autoconsapevolezza fuori dal comune per smontare a sé stessi l'impalcatura di finzioni e rallegrarsi dell'esaudimento dei veri desideri.

Robe che bisogna essere dei geni per farcela.

domenica 12 novembre 2017

Ricordi su misura


Quello che ricordiamo delle nostre esistenze non sono le nostre vite oggettive, con tutti i fatti in ordine e tutti i possibili punti di vista.
Ricordiamo quello che la nostra soggettività ha ritenuto rilevante, importante, fastidioso.
Tutto il resto viene rimosso, o rimodulato in modo strumentale a creare un ricordo che assecondi le nostre convinzioni.
Insomma, ci ricordiamo sol quello che vogliamo e come lo vogliamo inconsciamente.
E gli altri che hanno vissuto momenti insieme a noi idem.
Il che significa che ognuno, in buona fede, ha memoria e sensazioni legate ai ricordi personalizzati e non aderenti ad una realtà che cessa di esistere dal momento in cui nessuno la conosce.

Ognuno è dio e artefice del proprio microcosmo.
Se esistesse un dio macrocosmico, sarebbe quello che sa cosa è veramente successo dappertutto.
Ma un dio così non c'è, e se c'è non si sa dove sia.
Ci siamo solo tutti noi, ognuno con un mondo diverso in testa, ognuno che cerca di arrabattarsi a convincere sé stesso e gli altri che il suo mondo è quello reale.
E lo è.
Ma solo per lui.

domenica 29 ottobre 2017

Passaggio ponte


Uno passa sempre su un ponte, in bici, e ogni volta che ci passa si volta a destra e guarda il fiume che scorre placido, con gli uccelletti che sguazzano, verso il fondale di colline e cielo.
A volte c'è una nebbia che sembra di stare nelle immagini di dark classics, in altre magari c'è stato il vento e sembra di poter toccare tutto, uno è più presente anche a se stesso.
Il tratto comune a tutti i passaggi è che diventano momenti significativi della giornata, così, come se nulla fosse.

Poi uno smette di passare tutti i giorni sul ponte, per esempio perché lavora altrove, magari proprio prima del ponte.

E così, uno arriva quasi al ponte ma non lo attraversa più.
A volte pensa quasi di fare il giro largo, passare sul ponte e tornare indietro sempre passando sul ponte (passaggio che, invece, non è mai stato catartico).
Ma no.
Non si può.
Non funziona così.

giovedì 26 ottobre 2017

Concezioni cangianti del pericolo


Quando ti sei preso n storte, con n che tende ad infinito, il concetto di eroicità cambia rispetto a prima.

Quando ti sei preso n storte, ti senti un eroe ad affrontare una corsetta leggera sull'erba non perfettamente pianeggiante del parco.

E non per le cacche

domenica 22 ottobre 2017

Le giuste dosi


Ma la domanda è: se quelli dei biscotti vogliono vendere, perché mai consigliano di mangiane tre ad ogni colazione?

Dovrebbero prendere lezioni da mia nonna: "10 frollini, e se non li mangi tutti - immersi in mezzo litro di latte caldo rigorosamente intero (e qui entrerebbero in scena gli interessi del caseificio) - non ti alzi da qui!".

Lei sì, che avrebbe dovuto occuparsi di marketing e packaging.