LE COSE CHE SCRIVO IN QUESTO BLOG SONO FRUTTO DELLA MIA FANTASIA (BACATA).
QUALSIASI RIFERIMENTO A PERSONE O FATTI REALMENTE ESISTENTI E' CAUSALE.

mercoledì 30 marzo 2016

Muse dispettose


Quando un blogger scrive un post deludente, che si chiede perché mai l'abbia scritto, che tutti si/gli chiedono perché non abbia saggiamente deciso di astenersi dal pigiare con la freccetta del mouse quel cavolo di tasto "Pubblica", poi vive il tempo che intercorre tra la suddetta pubblicazione e l'adesso con crescente apprensione.
Sa che più tempo passa, più i suoi numerosi fan, andando sulla home del suo blog, troveranno il post di merda. Ogni volta che dal web tracking del suo sito vedrà un accesso diretto alla home, gli verrà un'orticaria mentale, complessa perché diventa difficile grattarsi il cervello, custodito com'è nella scatola cranica.
Gli verrà un'ansia da prestazione compensatoria, che si paleserà in tutta l'urgenza di dover postare un post bellissimo, che getti nell'oblio quello di merda precedente.

 Il problema è quando il blogger in questione aveva fino a poco prima creato una serie impressionante, seppur per brevissimo tempo, di post ben riusciti, che a schiacciare sul tasto "Pubblica" gli davano un tremito semiorgasmico, e a scriverli ancor di più. Era stato preso da un vento ascensionale fortissimo e improvviso, quello portato dalla Musa. Non si sapeva come, non si sapeva perché, si sapeva solo che. In pochissimo tempo aveva soffiato via strati e strati di patine opache, che avevano negli anni precedenti lavorato su di lui come fa l'acqua sulla pietra, che, impalpabili e trasparenti, gli avevano incurvato le spalle, gli avevano abbassato lo sguardo, scolpito le guance.
Era stato come usare per la prima volta uno di quegli shampoo ravvivatori della lucentezza intrinseca del capello, che c'è ma non si vede più da tempo immemore, e, stranamente, avesse funzionato.
Uno a quel punto pensa che magari la sua Musa sia come quelle che hanno fatto la differenza tra non essere nessuno e diventare veramente qualcuno,

e invece

di colpo

il vento cessa.

D'un botto.

Lo shampoo viene tolto dal mercato all'improvviso, i flaconi residui nei supermercati confiscati dai NAS, ché si sa che troppa lucentezza abbaglia e fa male alla logica della società.

Aveva appena trovato lo shampoo della sua vita,
finito.

Ecco finalmente il vento ascensionale che aveva sempre aspettato tipo l'onda perfetta di Point break,
finito.

E tutto si opacizza di colpo.

Altro che la lentezza
inesorabile
dell'acqua sulla pietra
che l'aveva mutato
in un grigio postatore discontinuo.

Il blogger demusificato
precipita,
da in altissimo,
si conficca
con la forza dell'accelerazione
nel duro suolo
che lo ricopre con strati e strati di patine terrose opachissime.

Ma forse è uno scherzo.

Sicuramente lo è.

Ora la Musa apparirà
come una visione,
farà capolino dal bordo del cratere scavato nell'impatto,
tenderà un braccio,
un braccio forte
e luminoso
e ascensionale da morire.
Dissabbierà il blogger.
Lo farà di nuovo splendere della sua luce.
Perché nessuno si salva da solo.

martedì 29 marzo 2016

Autolusingarsi

Quando uno nuota in piscina è un bel momento perché 1
dicevo che è bello perché uno può pensare ai fatti suoi, dal momento che 2
che non parla con nessuno, essendo immerso in acqua, e quindi la mente può spaziare 3
la mente può elaborare indisturbata belle idee che so per un post, per il libro che uno sta scrivendo 3 o 4? Che cavolo di vasca era? Facciamo che era la 5
Si possono ideare dei post tipo questo, e quando ci si lancia nel pensiero 35
capita che contare tutte queste vasche, per di più spesso da 25 metri, 36
comporti qualche lievissimo spezzettamento del pensiero 36
e qualche errore di conteggio 60.

Quando si arriva a 60, oltretutto nel giro di quindici minuti, ci si dichiara soddisfatti, si esce corroborati nel corpo e nella mente dai ben 1,5 km di nuotata, ci si fionda a casa a reintegrare le 300 calorie consumate e a riversare in un post le idee maturate nella nuotata, grandiose in modo direttamente proporzionale alla performance.


sabato 26 marzo 2016

Supermercati automatici


Una volta uno andava dal verduriere a comprare le verdure, dal fruttivendolo per la frutta, dalla merciaia per le canottiere di lana, dal lattaio per il latte e così via.
Adesso, invece, c'è la fagocitante e onnivendente GDO.
La Grande Distribuzione Organizzata.
Una volta un bambino poteva dire che da grande avrebbe voluto fare che so, il lattaio, invece adesso potrebbe desiderare di essere un dipendente del Carrefour, della LIDL, della Auchan.
Un bambino con poche pretese.

Gli acquirenti hanno risolto tanti problemi di sminuzzamento del tempo. In più questi supermercati sono quasi sempre aperti con orari inquietanti e del tutto irrispettosi della natura umana dei loro dipendenti.
Dato che la maggior parte dei clienti lavora dal lunedì al venerdì, capita che il sabato ci sia una concentrazione di persone nei centri commerciali che manco i tasselli del campione mondiale di Tetris.

Capita che uno finisca anche lui al centro commerciale di sabato, o di domenica.
Inizierà ad aggirarsi tra i lineari pieni di prodotti colorati, con su incollate offerte di ogni tipo, incombenti avvertimenti secolari.
Verrà fermato da disperate hostess cinquantacinquenni che gli propineranno altri sconti e assaggi di tutto, tanto che potrà tranquillamente pasteggiare gratuitamente a suon di campioncini, sempre che abbia la faccia tosta di consumare il cibo e non farsi consumare dal marketing. Sarà abbastanza facile riuscire nell'intento, in quanto le energie delle stagionate hostess, già deprivate dalla loro vita di neopovere, saranno scarse e spente.

Se uno deciderà di fare l'incauta spesa in giornate particolari, magari legate a festività tipo la Pasqua (a proposito, buona Pasqua a tutti),


si ritroverà avviluppato in un boa constrictor di corpi umani tetrissati che si agiteranno il possibile per raggiungere qualche benefit. Ad esempio, un uovo di Pasqua gigante spezzato a martellate gommose da nerboruti e tatuati stuart e distribuito gratuitamente a tocchettoni da hostess dipinte in faccia manco fossero un Botero.

Man mano che il tempo passerà, nel continuo aggirarsi tra
la folla
le offerte
i lineari
le hostess
gli stuart
i carrelli
i bambini urlanti
i pesafruttaeverdura
le code alle casse umanizzate
quelle alle casse disumanizzate,
uno inizierà a perdere i contorni della realtà, a sentire un giramento di testa, una nausea incipiente che aumenterà ogni secondo di più che permarrà all'interno dei locali.
Perderà l'equilibrio, il senso della lista della spesa, e procederà con passi incerti appeso al carrello o appoggiato al cestino con ruote come a una stampella inattendibile, che scorrerà in direzioni impreviste, a rendere il suo stato ancora più precario, fino ad arrivare a
una totale overdose di disorientamento,
un mal di centro commerciale,
che
manco l'assenzio,
manco il laudano,
manco il tamango.

Se fossi una poetessa maledetta, sarebbe al centro del centro commerciale che mi metterei a scrivere il manifesto della mia poetica.

Ma sono una blogger, nemmeno maledetta.
E quindi nel centro commerciale faccio la spesa.
Il sabato.
Prima di Pasqua.


venerdì 25 marzo 2016

"Sono pazza!"


Quando (e se, ma poi perché?) si guardano spettacoli televisivi tipo i casting per Veline, Uomini e donne, Miss Italia, Non è la rai (per i lettori stagionati), le persone che si presentano quasi sempre dicono "Io sono pazza!" o "Io sono pazzo!".
Non parliamo delle presentazioni su internet: sono pazza, pazzerella, vivo una vita pazza, eccetera.
Insomma, alla fine sono tutti pazzi.
E lo dicono con un sorrisone goduto, come per dire che pazzo è bello.

Ma pazzo, cari miei, direi loro, deriva dal latino patiens, che significa colui che patisce. Cos'abbia da ridere colui che patisce, a meno che non si tratti di un masochista, proprio non lo so. Ogni accezione, figurata o no, riconduce a condizioni che non danno spazio a nessuna risata, a meno che non si tratti di quella isterica legata alla follia.

Pazzo è colui che soffre,
colui che sta fuori di sé,
e che quindi non riesce a leggere dentro si sé,
pazzo è uno che manco ci prova,
a leggere dentro di sé,
perché non sa da che parte stia girato.
Insomma,
essere pazzi è una roba brutta.
Si sta male.

Ditelo, alle veline, alle Miss Italia, alle shampiste, ai tronisti.
Non sono pazzi.
Sono altro.

martedì 22 marzo 2016

Che tu possa avere tutto ciò che vuoi



Nel film "Tredici variazioni sul tema" si parla di una maledizione gitana, che realizza il desiderio di "ottenere tutto ciò che si vuole".
Sembra una gran figata.
Se uno sa ciò che vuole.

Il problema è che uno crede di sapere ciò che vuole, ma già se glielo si chiede inizia a incasinarsi, a non trovare le parole, ad arrotolarsi nei concetti, a scivolare sui contesti, a impappinarsi nelle frasi.

Ci si può tenere sul generico. "Voglio essere felice". Ma poi essere felice che vuol dire? Forse coincide con l'essere contento? Con l'essere divertito? Con lo stare bene con se stessi? E se uno è affascinato dall'immagine del tipico eroe romantico (letterariamente parlando) che si staglia nero sull'oscurità del mare in tempesta che gli spumeggia addosso mentre pensa robe astratte lontane iperboliche apocalittiche su vita morte e miracoli? Forse la sua felicità è essere infelice. Così si sente figo e affascinante ed è soddisfatto dentro (molto in profondità, così dentro che manco lo sa). Tutto sommato, però, il generico potrebbe essere una soluzione papabile.

Oppure uno configura dettagliatamente ciò che vuole, mettendosi un bel giorno a tavolino, dopo aver fatto la punta bella dritta e affusolata alla matita con il temperino. Alliscia un foglio bianco e inizia a scrivere. Quando crede di essere arrivato al dunque, si concentra fortemente su ciò che desidera. Mettiamo che si autoinfligga la famigerata maledizione gitana, avendo sangue gitano nelle vene per non si sa bene che motivo (di solito i gitani non fanno i postini, nemmeno gli idraulici).
Inizia ad accadere quello che ha scritto.
Ma quello che ha scritto è fermo al bel giorno, passaggio cruciale della nostra considerazione. Il bel giorno, infatti, era ieri, e l'altro ieri, e l'altro ieri ancora, e una settimana fa, e un mese fa, e un anno fa. Il tempo passa e il bel giorno è fermo.
Colui che aveva scritto ciò che desiderava - e aveva iniziato il bel giorno a far girare le cose come voleva - di sicuro non è una persona tanto irriflessiva. Se uno non è tanto irriflessivo, con il passare di giorni settimane mesi anni aggiungerà tanti di quei pensieri su quel foglio, scritti o pensati, che a pesarli non basterebbe una bilancia per i tori. E la maledizione gitana mica è una di quelle maledizioni superficiali, che si basano solo su ciò che è stato scritto il bel giorno. Figurarsi. Lei segue il maledetto. Lo pedina in tutti i suoi dubbi pensate tentazioni divergenze convergenze scivolate virate strambate. E tutto quello che la sua volontà, conscia e inconscia, fa emergere, lei fa accadere.
E' il problema delle maledizioni gitane.
Sono troppo maledette.

E' meglio andare direttamente nel paese di Aladino e rivolgersi al genio della lampada. Con il genio della lampada è più semplice, perché è tipo impiegato comunale. Prende il suo stipendio di carezzine alla lampada, esce in un sulfureo sbuffo di fumo, si ipertrofizza con tutti i suoi pettorali cubici e spalle iperdefinite e braccia muscolose e addominali quadratinati che si striminziscono in vita fino a strizzarsi nell'imbocco della lampada, ascolta quello che viene richiesto in tre semplici punti, realizza, poi prende baracca e burattini e se ne sparisce in vacanza a Riccione con sdraio ombrellone occhiali da sole e settimana enigmistica a godersi le meritate ferie.
E allora uno, prima di sfregare quella lampada, si mette lì e decide di scrivere davvero sul foglio bianco con la matitina appuntita, ma sa che dovrà scrivere davvero tutto.
Dovrà beccare esattamente quello che vuole.
E che sia definitivo.
Una volta per tutte.
Quasi come sposarsi.
Ti sarò fedele sempre nella gioia e nel dolore nella salute e nella malattia.
Finché morte non ci separi.
Panico paura.
Ansia da prestazione.
Una cosa che vorrà per sempre.
Anzi tre.
Il foglio rimarrà bianco.
Ogni tanto la punta ematitica si avvicinerà al foglio, esiterà, un po' come il pennello di Matisse nelle microfrazioni di secondo prima di appoggiarsi con sicura sapienza sulla tela.
Ma la matitina non si appoggerà, perché qui non si tratta di disegnare un fiore o tirare giù un quadro da milioni di €.
Si tratta di definire in tre punti quello che si vorrà.
La propria vita.
Di fissarlo per sempre.
Di ottenere solo quello, e addirittura quello.
Insomma, di conoscersi talmente bene da sapere quello che si vuole.
E l'ematite si sgretolerà con il passare del tempo, il foglio ingiallirà.
Insorgeranno le rughe, le malattie, e uno non farà altro che dirsi 'Non voglio le rughe, non voglio le malattie...ma cos'è che voglio?'.
Alla fine morirà, di rughe o di malattie o di qualcos'altro.
E il genio si scoccerà un sacco,
ché avrà sforato l'orario d'ufficio,
non avrà potuto segnare straordinario perché l'ispettore del lavoro lo avrà visto un po' inattivo,
 e non prenderà manco l'incentivo una tantum.
Vita grama.
Non si riesce mai ad ottenere quello che si vuole.

lunedì 21 marzo 2016

Raggiante leggerezza


Ti fai un bel giretto in bici, di quelli che ti risucchiano i pensieri centripeti tra i raggi in qualche endorfinico modo, per poi rilanciarteli in testa centrifughi e alleggeriti.
Sei lì che pedali, e ad ogni pedalata ti senti più sorvolatore, tanto che, nella temporanea leggerezza, ti viene fame.
Ti fermi in un ristorante trattoria in un paesino in cima a un collinare cucuzzolo immerso nel blu del cielo della prima primavera.
Entri e ti siedi.

Il gestore inizia a osservarti insistentemente, tanto che pensi di aver beccato un alveare in testa mentre pedalavi.
Poi vai in bagno e ti placca, bloccandoti tra la porta della toilette e quella che dà sulla sala.
- Tu sei stata qui tanto tempo fa -
 Ti chiedi dove voglia parare.
- Tu sei stata qui tre anni fa con un coupon di bollito. Ci hai recensiti su Tripadvisor. Mi ricordo bene di te -
Ti penti di aver messo su Tripadvisor, in tempi remoti e innocentemente incoscienti, la tua faccia nel profilo di Tripadvisor.
Sei totalmente immemore della tua recensione, assorbita dai raggi in tutti i giri che hanno fatto su queste colline negli ultimi quattro anni.
- Ora mangi e poi mi rifai la recensione -
Rispondi che non c'è problema, che sei già venuto tante volte a mangiare qui senza coupon, e che hai sempre preso l'ottimo fritto misto e mai il bollito.
- Adesso vado a prendere il tablet e ti faccio leggere la tua recensione -
Ringrazi di aver cambiato immagine e nome nel frattempo.

Fortunatamente, il tuo interlocutore cede dopo vana ricerca.

Tu, invece, non cedi.
La trovi.
La leggi, prima di pranzare.
Scorri velocemente:
"tortellini comprati sicuramente al discount in pacchi da 10 kg"
Ti senti un po' stronzo.
"il fritto misto dolce ci è stato fatto pagare 12 €"
E intanto pensi: "Ma come mai invece quello completo lo pago 14 €? Ma pensa te che stronzi pure loro!"
"il dolce era di rara cattiveria"
E qui inizi a sprofondare sulla sedia mentre ti apparecchiano il tavolo.
"locale squallidissimo, con linoleum di finto legno incollato su pareti e soffitto"
Ok, strisci radente al linoleum incollato al suolo verso la via di fuga della porta d'uscita. 

Quando scriverai la recensione, dirai che oggi il fritto misto è stato particolarmente leggero.
Come non averlo mangiato.
Quattro palle per la leggerezza.
Ma il linoleum rimane brutto: "locale squallidissimo, con linoleum di finto legno incollato su pareti e soffitto e pavimento".

sabato 19 marzo 2016

Post di merda

Questo e un post di merda.
                                   Sgrammaticato e.
L'impaginazzione fa venire i gommiti ai lati.
                     Si sbaliano i plulari.
Ci stanno dele ripetizzioni.




                                    L asintassi fa venire i vomiti ai latti.

La foto manca, la quale di solito c'è.


           I cotnenutti i vomiti ai lati fanno venirre.

                                                                                     Chi ha scritto è affettato da grave dilsessia, la codesta non tatno è una perservioneone ardh, ma è una roba la quale si invertono le lerette e si sta pormossi comunque a scuola. Anche e se non si fa un tubo sorpattuto.

Insomma, e qui mi ripeto di nuovo, questo è un post di merda.
Come la vita.
A volte.



Altre volte, invece, no.
Altre volte è come i post belli, quelli che ti escono perfetti senza che tu capisca perchè.
Ma oggi no.
Non è una di quelle volte.                                

giovedì 17 marzo 2016

Istinti spalatori


Bella, la nevicata che scende soffice e leggera volteggiando nell'aria.
Fiocco soffice e leggero su fiocco soffice e leggero, la neve si deposita fino a formare strati compatti su ogni cosa, trasformando il mondo intorno in un ovattato universo di candore.
Per molti - ma non per tutti - una magia.
Una magia infantile, forse banale.
Ma pur sempre una magia.
Ché poi le magie più magie sono quelle da bambini.
Quelle che poi non lo sono più.

Il giorno dopo, uno si ritrova quei magici e compatti strati ancora più compatti  e leggermente meno magici nel vialetto o sulla rampa dei garage  da cui deve tirare fuori la macchina, nel cortile che deve attraversare a piedi o con qualche mezzo di locomozione, sui balconi se ha la fortuna di possedere quelle belle case incesellate nei tetti e per questo dotate di più balconi che calpestabile ricoperto da un tetto.

Si manifesta così, per qualcuno, la necessità, o la volontà, o entrambe, di spalare il candido manto immacolato.

Inizialmente l'eletto spalatore si lancia con entusiasmo a riempire palate di manto, spaccandolo con liberatori movimenti circolari della pala e catapultandolo con tutta la sua forza bruta oltre balaustre muretti recinzioni.
Le prime operazioni danno una sensazione di vigore.
Più gli ostacoli al di là del quale si deve lanciare la neve sono alti, più si sente vigoroso.
Più grande è il blocco che carica, più ha verve.
Più ampio è il raggio dell'arco che descrive in cielo il blocco di neve, più è galvanizzato.

Dopo una manciata di minuti, inizia una mutazione genetica della sensazione, che vira tanto più rapidamente quanto più grandi sono i blocchi lanciati, alti gli ostacoli da superare, dolorosa la schiena, incordate le braccia, sudato il corpo, in contrasto con la neve che sembra sempre più fredda in rapporto all'incrementata temperatura del proprio corpo.

La mutazione avanza fino alla totale saturazione, quando il vigore residuo non permette nemmeno più di sollevare di qualche centimetro la pala vuota, e ci si rende al contempo conto che mancano ancora metri e metri cubi di quel magico soffice ovattato manto (malefico).

Si iniziano a elucubrare alternative, tipo fondere l'avversario con il phon mentre si legge un libro in tuta da sci. Tempo necessario: tre o quattro giorni e una cinquantina di phon. Un po' dispendioso, ma sicuramente allettante per appassionati di fresche letture. Se si ha un balcone, si vorrebbe aver fatto fare la piastrellatura con le resistenze riscaldanti, ma ormai è tardi. Si possono solo registrare sul taccuino degli intenti vani propositi per il futuro, quando ci si sarà dimenticati di tutto, a meno di ernia del disco incorsa durante la spalatura. In tal caso, però, si potrà usare la molto più economica scusa dell'invalidità per delegare il lavoro a qualcun altro.

Difficilmente si penserà che, tutto sommato, se la natura ci ha ricoperti in questo modo, se ne potrebbe approfittare per assecondare le sue proposte.
Non si può più aprire la porta di casa perché bloccata da un monolite nevoso?
Invece di spaccarsi la schiena a combattere contro i monoliti, perché non starsene in casa a godersi il silenzio ovattato, ad assaporare l'attesa del momento in cui il sole il vento il tempo, con il loro ritmo naturale, permetteranno di aprire quella porta?

Ma no, non si può.
Non c'è tempo.
Bisogna fare in fretta.
Naturalmente.

martedì 15 marzo 2016

Waste paper



Uno arriva alla buca delle lettere e come prima cosa, timoroso ed esitante, guarda cautamente attraverso il vetro.

Spera che non ci siano inquietanti scontrini arrotolati, solitamente forieri di code e multe. Se non altro ora è ineluttabile: con gli stampati al posto dei tagliandini gialli compilati a biro non si corre più il rischio di subire le conseguenze infauste derivanti dalla disgrafia di qualche postino. E' anche vero che se il suddetto poteva cannare il tagliandino giallo, ora può tranquillamente digitare in modo del tutto errato sul suo baracchino stampascontrini dell'infelicità.

Superato l'impatto da multa o raccomandata, si passa a quello da pubblicità. In un anno viene infilato a forza in ogni buca di ogni città l'equivalente di questo intero blog stampato da pdf con carattere Wide Latin, dimensione font 45. Ovviamente, l'enciclopedia delle offerte commerciali passa direttamente al contenitore Cartesio, con gran dolore degli ecologisti. Intere foreste amazzoniche di 3x2 sottocosto sconti che fanno il giro del riciclo con buona pace degli ipocriti.
E fin qui, ci sta.
Chi mira al profitto fa di tutto per raggiungere il cliente finale: disboscherebbe volentieri il mondo intero per farne patinati e lucidi volantini.

Altre cose, nella buca, a parte bollette, anche loro non molto desiderate, non se ne trovano.
Lettere, non esistono praticamente più. Jacopo Ortis in persona userebbe la mail.
Cartoline, se ne possono ricevere da qualche parente ultraottantenne ancora in grado di viaggiare, quindi non se ne ricevono.

Ma spesso, nel mio condominio, c'è un'altra patinata e lucida presenza: il giornale della parrocchia. Ogni volta, lo lascio cadere nel contenitore Cartesio, ottimizzando il tempo di transito con un contatto dei polpastrelli il più breve possibile. Con un rapido calcolo delle buche e del numero di giornali della parrocchia impilati nella pattumiera del riciclo, direi che nel mio condominio lo spreco di carta parrocchiale rasenti il 100%.
Se uno ci pensa, è incredibile.
E' come se il CAI spedisse la sua rivista a tutti. Mica lo fa. La manda agli iscritti, che magari se la leggono (e se la pagano).
Invece la parrocchia no.
Non la manda ai parrocchiani.
Deve mandarla a tutti.
Facendola finanziare dalle monetine dei parrocchiani stessi.
E così, il suo Dio,
che tanto propaganda,
finisce nella pattumiera
senza passare dal via.
Commercializzazione mancata di anime.
Decisamente,
dalle stelle
alle stalle.
E poi si ricomincia.
Tanto c'è il riciclo.

venerdì 11 marzo 2016

Vademecum: come non dare il tuo numero di telefono mantenendo un certo stile


Quando capita che qualcuno ti chieda il numero di telefono personale e tu non voglia assolutamente concederglielo, potrebbe essere brutto rispondere con un: "Manco per idea".
Il concetto, però, è quello.

Se ti viene chiesto in ambito lavorativo è semplice:

  • "Ecco il mio numero di telefono lavorativo". Se lo hai veramente, puoi dare quello reale. Se non lo hai, te ne inventi uno. Rivedendo l'individuo potrai dirgli di essere stato licenziato in tronco, con ritiro immediato del telefono aziendale e distruzione in acido della sim. Se vedi il personaggio proprio per lavoro, puoi sempre dire di essere stato retrocesso e punito con eliminazione del cellulare aziendale, invece che licenziato, cosa che ha innegabilmente un ottimo effetto su clienti del proprio portafoglio. 
  • "Chiami al centralino e chieda di me". E' un'ottima modalità di evitamento senza apparente evitamento. Serve la fase B della corruzione del centralinista generalmente cieco con fornitura vitalizia di crocchette per il suo cane guida. 
Se ti viene chiesto in ambito non lavorativo, solitamente si tratta o di una persona del tuo sesso che ti trova simpatico e che a te devasta di banalità, o di una dell'altro sesso che ci prova senza speranza e che se avesse il tuo numero potrebbe rischiare di diventare uno stalker. 
  • "Non ricordo il mio numero di telefono a memoria". Ottima scusa se si è in ambito decellularizzato, cosa che capita ormai quasi a nessuno. Se stai facendo jogging curati di non avere il cellulare nel taschino da braccio con Runtastic che ogni km ti aggiorna vocalmente sulle tue performance. 
  • "Eccolo: 347/6547604". Il numero in questione potrà essere di varia origine. 
    • La prima, invenzione pura. Il problema è che magari si becca il numero di qualcuno che esiste veramente, stalkerizzandolo involontariamente. 
    • Per evitare ciò, si può ricorrere (seconda origine) a un vero numero di telefono per i rompiballe. Non so più se c'è ancora l'opzione "ricaricami" o se è un ricordo vintage, ma è bellissimo far parlare qualcuno di banale o noioso con la superficie del tavolo mentre lui spende e tu guadagni. Ideale per ammiratori logorroici poco attenti alle risposte dell'interlocutore. Il numero sarà abbinato a un nome di fantasia che userai solo per i rompiballe. Si creerà un interessante sdoppiamento, da cui fuoriuscirà una parte di te con cui potrai confrontarti in momenti dubbiosi chiedendo consigli. Potrete anche telefonarvi. 
    • Il numero potrebbe essere quello di qualche altro rompiballe che conosci, e che, a sua volta, ti ha chiesto il telefono e a cui avrai dato/darai quello dell'attuale interlocutore, in modo che, comunicando tra di loro, illusi entrambi di parlare con te, i due si ammorbino talmente da elidersi a vicenda, secondo la regola matematica dei due meno che si annullano. 
  • "Eccolo: 347/4556786", quando il tuo numero è 347/5556786. Anche in questo caso, si tratta sempre di falso, rientrante potenzialmente nelle casistiche suddette, ma facilmente ritrattabile in caso di cambio idea, con allegata accusa di scarsa attenzione o ricettività da parte dell'interlocutore. Ideale in casi di dubbia rottura di scatole e alta probabilità di incontro successivo. 
E' sempre bene tenere a mente tutte le strategie possibili, perché, quando l'increscioso evento si verifica realmente, è spesso questione di secondi. Rischi di farti cogliere alla sprovvista, e, per riflesso incondizionato, rispondere davvero il tuo numero di telefono, quello reale, quello dello smartphone che tieni sempre acceso aspettando chiamate che non riceverai mai, perché il tuo numero sarà perennemente occupato dall'ormai sicuro stalker. 
A quel punto non ci sarà che una soluzione. 
Buttare il telefono nella monnezza.
E' ancora vivo. 
Davvero.

mercoledì 9 marzo 2016

PeriPatetici



Quando ci si aggira per le strade scrivendo o leggendo messaggini sullo smartphone, prima o poi si dovrà tirare su la testa.
E' matematico che non si possa persistere nello scrivente o leggente comportamento, dato che, già solo per via delle curvature delle strade o dei marciapiedi, si rischia di andare a sbattere contro un muro o finire giù da un precipizio.

Se si è in macchina, è facilissimo che si investa qualcuno o si vada giù da un dirupo, o si faccia un frontale con qualche smessaggiatore che arriva in senso contrario. Anche quelli di Altroconsumo l'hanno studiato (N. 291, Aprile 2015): per leggere un messaggio medio (notare la precisione) sul cellulare ai 90 all'ora si impiegano 4,4 secondi e si percorrono 110 metri (notare la precisione necessariamente conseguente dalla precedente). In 110 metri si può schiacciare di tutto -animali oggetti persone, inclusi poliziotti incesellati in posto di blocco-, o anche rimbalzare vorticosamente giù per rupi impervie in un crescendo di bozzi (se sono tanto impervie si scampa perché il telefono non prende). Figurarsi se viene in mente di leggere un messaggio lungo, o, ancora peggio, un post.

Ma veniamo ai pedoni.
L'intento sarebbe tenere il meno possibile gli occhi sullo schermo e il più possibile sull'itinerario, ma spesso, siccome gli intenti sono una cosa e i comportamenti sovente tutt'un'altra, si fa esattamente il contrario. Si dà una rapida sbirciatina al percorso e per il resto si rimane immersi nella dimensione parallela della conversazione virtuale.
Il che comporta che l'occhiatina alla realtà che ci si para davanti sia data con sguardo fisso in avanti, occhio appannato, rapidità tale da impedire che si possa mettere a fuoco. Ci si brucia tutta la realtà contingente, pur guadagnando altro, a pensarci bene. Diciamo che si perde la dimensione in cui si sta vivendo con il proprio corpo, dotato normalmente di ben cinque sensi, più il sesto, per proiettarsi in un'altra dimensione meno corporea, meno multidimensionale, più mentale, più mediata, più rimbambente già solo per il fatto di obbligarci a fissare un rettangolino luminoso ipnotizzante. E' vero, anche l'ipnosi può avere innegabili vantaggi.
Ma provate a farvi un giro a piedi in città e a guardare qualsiasi persona. Ormai, infatti, chiunque, centenari e neonati a parte, è quasi imperterritamente dedito allo smessaggiamento periPatetico. Osservateli in quei pochi istanti in cui sollevano lo sguardo. Guardate le facce. Notate le espressioni. Dovrete essere rapidi, perché i tempi sono brevi.
Cosa dite?
Non potete?
Ah, ok, siete troppo concentrati sul vostro smartphone.
Va beh, ci provo io, poi vi dico.
Tanto sono in giro.
Finisco solo di scrivere il post sull'app di Blogger.

lunedì 7 marzo 2016

Girare - e rigirare


Il negoziante gira e rigira il cellulare con la microsim incastrata dentro.
N (negoziante): "Ma come diavolo ha fatto a inserire la microsim così"
A (acquirente): "Eh, mi sono detto che la microsim, se c'era, avesse un ruolo"
N: "Sì, ma perché mai non provare a inserirla con il suo alloggiamento? Non crede che anche l'alloggiamento, essendoci, potesse avere un ruolo?"
Il negoziante campeggia impettito nella sua tuta del Toro, davanti a un collage di cornici con dentro cartoline scudetti immagini granata, un sorriso sicuro della sua competenza totale stampato in faccia.
A: "Sì, anche questo è vero..." - gira e rigira pure lui la scatola vuota del telefono.
N: "Ha provato a tirare fuori in qualche modo la microsim dopo averla incastrata?"
A: "No" - un no falsissimo.
N (guarda con gli occhi stretti dentro la fessura): "Ma scusi, fin qui vedo decine di persone che l'hanno preceduta, ma lei supera ogni immaginazione...come le è saltato di inserire la microsim in orizzontale? Mi diventa unico nel suo genere! Girare la sim...ma come le viene in mente..."
Ormai l'acquirente non sa più dove guardare, né che dire. Gira e rigira la scatolina riconoscendo di essere una catastrofe informatica. Farà uno di quei lavori astratti, tipo ricercatore in antropologia, o professore, magari di qualche materia astrattissima, di quelle che non servono a nulla, manco a mettere una sim in un cellulare. Eppure ha mani ruvide. Forse è un contadino. Per coltivare la terra non serve sapere come alloggiare una sim.
N: "Guardi, le costerà 25 €, questo scherzo. E impari che le cose, quando vanno girate, devono essere girate con un senso, con un obiettivo diverso dal fare danni o non ottenere nulla!"
Si gira verso il calendario da tavolo del motomondiale, guarda la data e dice che il telefono sarà pronto la sera stessa. "Ehi, ma oggi è la festa della donna...8 marzo...per fortuna che ho preso un mazzo di fiori a mia moglie".
A (ripreso un po' di coraggio di parlare): "Guardi che oggi è il 7, la festa della donna è domani."
N, puntando il dito sul numero e sul giorno: "Ma no, guardi, l'8 è oggi, lunedì".
A (con un sorrisetto più da prof dedito al lavaggio piatti con detersivi altamente corrosivi che da contadino): "Sì, ma siamo a marzo, mica a febbraio...l'8 marzo è la festa della donna ed è martedì, l'8 febbraio era la festa di nulla ed era lunedì".
N: "Ah, cavolo, è vero".

Prende il calendario e lo gira di 180 gradi.
Il che fa sì che rimanga sul mese di febbraio, ma con una foto grande del motomondiale anziché con i giorni.
N: "A posto."

Facile predicare bene.

Ancor di più razzolare male.

Alba in città


La città all'alba, dove per alba s'intende una cosa come le sette, sette e mezza, dorme ancora ma con un occhio semiaperto, quello caleidoscopico delle serrande mezze alzate, da cui fanno capolino lenti lavoratori, che camminano allunanti tra cassette di frutta e scatoloni scaricati da camion prealbeggianti.

Echeggiano suoni di colazioni dalle cucine dietro i cui muri si sentono suonare sveglie di vicini sfasati. Ticchettii di cucchiai contro le tazze di porcellana, bip ripetuti di forni a microonde, fischi di teiere, gorgogliare di caffettiere, sgranocchiamenti scricchiolanti di corn flakes mentre già qualcuno infila le scarpe con la tazza appoggiata sulla scarpiera, lavaggi di denti accompagnati da gargarismiche telefonate di lavoro.

Nei bar si accalca gente stropicciata in viso, più occhiaie che occhi, tazzina che oscilla tra banco ingombro e bocca sommessamente sbadigliante. Le macchine del caffè fumano polvere esausta bollente sbattuta giù dai filtri con ritmo allineato ai pensieri dei baristi. Tripudi di croissant ammonticchiati s'inabissano sotto l'assedio di mani frettolose che si incrociano a trama di tappeto.

Il lavoratore prelude alla giornata da mercenario attraversando le strade ancora semideserte, affollate da una manciata di zombie e studenti puntuali. Le sole isole di affollamento sono i bar e gli autobus che portano alle scuole con le relative fermate.

Tra un po' la città si sveglierà e aprirà gli occhi glitterati di rimmel commerciale per abbagliare i suoi abitanti con promesse che non saprà mantenere.


mercoledì 2 marzo 2016

Panni pigri


Un annosissimo problema di chiunque si ritrovi a dover gestire una casa intera da solo è quello del bucato. In realtà per me è sempre stato annoso, sia in solitudine, sia in colocazione sia in convivenza.
Ma da soli è peggio.
E' peggio perché si hanno tanti panni diversi, di tanti colori diversi e di tante stoffe ancora diverse, senza cumulo con i compagni di alloggio. Per ottenere un buon risultato si dovrebbe lavare ogni cosa separatamente.
Dato che ciò è impensabile economicamente energicamente ecologicamente, si tenda ad ammassare tutto insieme, una volta raggiunta la capienza massima del cesto della biancheria. Per non rovinare qualcosa, si lava male ogni indumento, orientandosi su un'inutile temperatura di 30 gradi.
Nonostante ciò, dopo una serie di lavaggi consecutivi, tutto assumerà una tonalità che sarà la media della sommatoria di colori introdotti. Solitamente un grigio slavato, con sfumature rosa e azzurrognole.
Nonostante ciò, le canottiere di lana si infeltriranno rovinosamente, raggiungendo la taglia di un vostro figlio immaginario (piccolo). Potrete provare a metterle in freezer; qualcuno dice che il gelo combatta l'infeltrimento. Dovrete però stare attentissimi a non farle cadere quando le estrarrete, altrimenti vi si infrangeranno in mille pezzi. E poi andate a ricomporle, magari con l'attack prima che si decongelino. Non si può. E' peggio di un vaso infranto. E' come quando si cuoce la pasta: non può più tornare ad essere cruda. Al massimo, da cotta può diventare scotta. Si potrebbe pensare, tra l'altro, di metterla in freezer, con le canottiere di lana, per farla tornare al dente, e al dente tornerebbe anche, ma non cruda, e nemmeno buonissima da mangiare. Per non parlare di quando, distrattamente, si potrebbe far cadere, sempre insieme alle canottiere, ritrovandosi a dover distinguere tra frammenti di canottiera e schegge di spaghetti da ricomporre invano per mentire a se stessi su qualche speranza di reverisibilità.
Il bucato, poi, va anche steso. E stendere il bucato è un'operazione durissima. Finchè si tratta di metterlo nella bacinella, si può ancora fare in un ragionevole arco di tempo di 2-3 giorni dalla fine del lavaggio. Ma stendere è un'altra storia. Stendere richiede pinze, criterio, tempo. Per evitare le pinze si può optare per lo stendino da interno, il che potrebbe anche proteggere dall'inquinamento in cui si incorre se si hanno, per assurdo, balconi con panorama su tangenziale e stazione dei treni nel punto di frenata dei convogli, dove impalpabile polvere di ferro si solleva in epidemici polveroni.
Solitamente, se ci si fa coraggio, si prende l'ardua decisione in un periodo variabile tra uno e sei giorni dal riversamento del bucato nella bacinella. Il problema che spesso si verifica in questo processo di doverosa riflessione è che i panni, ammonticchiati e umidicci, si coprono di una decorativa muffa variopinta. Non c'è problema: come nei migliori algoritmi, si fa un freccia indietro e ci si ricollega al punto in cui si carica la lavatrice. Un buon detersivo micorepellente fa miracoli.
Meglio non farsi tentare dall'idea di buttare via i panni muffescenti, per una serie di validissimi motivi:

  • poi bisognerà scendere a buttare la pattumiera piena, altra attività potentemente penosa, soprattutto se si è soli e non si trova nemmeno un buon motivo per uscire di casa, tipo togliersi per un po' da presunti rompiballe con cui si vive;
  • nella pattumiera, che campeggia al suo posto da tempo immemore, si sarà già creato un microsistema biologico, con ricchezza di esseri viventi di ogni specie, inclusi grassocci e floridi vermi bianchi che meriteranno i complimenti dei visitatori ecologisti, convinti che siate degli adepti del compostaggio domestico. La muffa del bucato, individuabile come specie aliena, ne altererebbe l'equilibrio;
  • bisognerebbe ricomprare tutti i panni, attività di devastante faticosità, stressantissima, dispendiosissima di tempo, cosa che metterebbe a dura prova la vostra pigrizia domestica, in quanto ve la farebbe superare in virtù della maggior pericolosità dello shopping forzato

Se invece non si incappa nel suddetto inconveniente, si può procedere a stendere. Non mi soffermo sul dolore dell'ardua decisione su dove rimarrà impressa la retta trafiggente del filo, o su come gestire le lenzuola per trovare un buon compromesso tra ammuffimento e peripateticità su tutto il pavimento, solitamente ricco di gatti di polvere rotolanti.
Vengo alla fase successiva, quella del togliere i panni dallo stendino. La suddetta fase può durare tranquillamente per mesi, fino a quando il cesto della biancheria sporca sarà nuovamente pieno, e liberarlo si renderà necessario per non dover andare a stendere sui fili del balcone, che nel frattempo, per il disuso, si saranno talmente ammollati da essere occupati dal vicino di sotto.
Per non parlare del riporre nuovamente il tutto negli armadi cassetti appendini vari.
Una fatica dell'altro mondo.
Cosa dite?
Manca una fase?
Quale fase?
Sti...?
Non conosco verbo o sostantivo iniziante con queste tre lettere e rientrante nel vocabolario del bucato o degli indumenti.
Mi viene in mente solo "sticazzi".
Alla romana.